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Lo scoppio della Prima guerra mondiale – Mario Mancini

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L’ultimatum austriaco alla Serbia (20 luglio 1914)

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L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e della moglie, compiuto nella cittadina di Serajevo (Bosnia-Erzegovina), in territorio appartenente alla monarchia austro-ungarica, il 28 giugno 1914, fu dovuto a membri della società irredentistica serba della “Mano Nera”, a tendenze estremistiche e terroristiche.

Molti membri di essa appartenevano anche alla “Narodna Obrana” (difesa nazionale), altra società anch’essa irredentistica ma a carattere non terroristico, e dotata perciò di maggiori possibilità di azione sul piano legale; e appunto attraverso la “Narodna Obrana” la “Mano Nera” poté stabilire contatti, al di là del confine, nella Bosnia-Erzegovina.

Nell’attentato erano implicate personalità in posizione elevata nell’amministrazione serba: ma l’inchiesta ordinata dalle autorità austro-ungariche non poté accertarne immediatamente le responsabilità, che furono rivelate solo più tardi, sì che il governo di Vienna preferì non rendere noti in sede internazionale i risultati dell’inchiesta.

Tuttavia, nei circoli dirigenti della monarchia austro-ungarica, e particolarmente nel cancelliere conte Leopold Berchtold, spinto in questo senso dal capo di stato maggiore generale, Franz Conrad von Hoetzendorf (mentre sulle prime si mostrò decisamente avverso il presidente del consiglio ungherese, conte Istvàn Tisza, contrario ad un ulteriore accrescimento del numero degli slavi nella Monarchia), si fece subito strada la persuasione che l’Impero asburgico non poteva tollerare questa nuova gravissima provocazione serba senza esporsi alla totale dissoluzione interna a causa delle tensioni nazionali, e alla perdita dello “status” di grande potenza di fronte all’estero: e che perciò si doveva mirare a distruggere il focolaio di agitazione antiasburgica costituito dallo Stato serbo, piuttosto che accontentarsi di un semplice successo diplomatico.

Questo punto di vista venne approvato il 5 luglio dall’imperatore di Germania Guglielmo II, in un colloquio nel Neues Palais di Potsdam con l’ambasciatore austriaco a Berlino, conte Làszlò Szògyény-Marich, e confermato il giorno dopo dal cancelliere germanico Theobald von Bethmann-Hollweg. La linea politica tedesca era dunque favorevole a uno schiacciamento militare della Serbia da parte dell’Austria-Ungheria, considerato ormai indispensabile per la salvaguardia del prestigio internazionale dell’alleata.

La Germania confidava però di poter localizzare il conflitto ed evitare che esso degenerasse in guerra europea mediante un aperto schieramento dell’Impero tedesco a fianco dell’Austria, che, si sperava, avrebbe dissuaso le altre potenze, e anzitutto la Russia, dall’intervento, analogamente a quanto era avvenuto nel 1908 in occasione della crisi bosniaca.

In tal modo il governo austriaco preparò un ultimatum consapevolmente formulato in termini inaccettabili per la Serbia. Per la consegna si attese dapprima la conclusione dell’inchiesta e poi la partenza del presidente della repubblica francese Poincaré e del presidente del consiglio Réné-Raphaèl Viviani per una visita ufficiale a Pietroburgo, in modo che alla notizia dell’ultimatum il governo francese si trovasse provvisoriamente privo dei suoi supremi dirigenti.

In tal modo, però, la consegna dell’ultimatum, effettuata il 23 luglio alle ore 18 dall’ambasciatore austriaco a Belgrado, barone Wladimir Giesl, giunse a quasi quattro settimane dall’attentato di Serajevo, quando l’indignazione prodotta nel mondo si era in buona parte attenuata, e l’Austria perdette così un importante vantaggio psicologico davanti all’opinione pubblica mondiale.

La risposta serba, inviata dopo frenetiche consultazioni, fu assai abile nella sua moderazione: il governo serbo accettava infatti tutte le richieste austriache tranne quelle evidentemente lesive della sovranità serba, e offriva di sottoporre il problema al tribunale internazionale dell’Aja se l’Austria non fosse stata soddisfatta.

Senonché, il 25 luglio 1914, alle 18, l’ambasciatore austriaco Giesl, considerando insoddisfacente la risposta serba, lasciò Belgrado; e, nonostante i tentativi britannici di mediazione, l’Austria, com’è noto, dichiarò guerra alla Serbia il 28 luglio.

Si rivelò allora l’errore di calcolo della diplomazia tedesca: nonostante gli sforzi della Germania per ottenere una “localizzazione” del conflitto, la Russia ordinò dapprima la mobilitazione parziale e poi la mobilitazione generale delle sue forze armate (29 luglio).

Scattò in tal modo il meccanismo delle mobilitazioni, dominato dal fattore tempo nel timore di ciascuno di essere sopravanzato dall’avversario: fattore specialmente importante per la Germania, che contava su uno schiacciamento rapido della Francia prima che le forze russe potessero agire efficacemente.

Ma anche ciò finì per volgersi contro i tedeschi, perché l’invasione del Belgio, ritenuta indispensabile per l’aggiramento delle difese francesi, finì per provocare anche l’imprevisto schieramento dell’Inghilterra a fianco della Russia e della Francia.

Cfr. in Strupp, Documents, cit., vol. III, p. 10 l’originale francese dell’ultimatum e ivi, p. 14, la risposta serba. Si dà qui la traduzione italiana dell’ultimatum in E. Anchieri, Antologia storico-diplomatica. Raccolta ordinata di documenti diplomatici, politici, memorialistici, di trattati e convenzioni dal 1815 al 1940, pp. 349–50. Sulle vicende che portarono all’ultimatum, cfr., nella immensa letteratura, Albrecht-Carrié, Storia diplomatica dell’Europa dal Congresso di Vienna ad oggi, trad. ital., Bologna, Cappelli; 1964, pp pp. 427 sgg.



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